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Sochi: per l’Italia un bilancio tra luci e ombre

Huffington-Postheadshot Si sono chiusi questi Giochi Olimpici Invernali di Sochi. Si sono chiusi senza acuto, senza una medaglia d’oro e con l’ombra del doping che ha portato una macchia dentro Casa Italia.

Fortunatamente, non avendo ancora gareggiato, non ha comportato la squalifica dell’intero team del bob a quattro ma, per la seconda volta consecutiva, un atleta azzurro cade nella rete dei controlli prima del debutto olimpico: due anni fa Alex Schwazer, ieri William Frullani, anch’egli proveniente dall’atletica leggera. Un marciatore e un decatleta, ovvero, due ragazzi abituati alla fatica, alla solitudine di uno sport individuale, agli allenamenti. Un atleta di alto livello è consapevole di essere soggetto ai controlli antidoping, sa perfettamente di dover controllare la scatola di ogni medicinale che prende, ne conosce i componenti, sa che deve essere seguito da un medico. Eppure sembra che Frullani abbia comprato un integratore via internet, un integratore che, quindi presumibilmente sapeva che non fosse commercializzato in Italia.

Lo sport insegna valori assoluti come la lealtà, il rispetto per l’avversario e per se stessi, insegna ad accettare la sconfitta. Ma non tutti, evidentemente, imparano la lezione. Il doping è un problema e non solo per quello di èlite. Penso a tutti coloro che prendono sostanze ignote, poco sicure e senza un attento controllo medico, solamente per fare colpo sugli amici o vincere competizioni amatoriali. Il problema dell’assunzione di prodotti illeciti non è relativo solamente all’alterazione del risultato di una o più gare, ma può causare problemi di salute gravi e danni permanenti, basta ricordare che anche il cuore è un muscolo e che si assumono sostanze che facilitano l’ipertrofia (lo sviluppo delle masse muscolari), anche il cuore ne risente.

Le Olimpiadi di Sochi sottolineano un grave problema per l’Italia anche dal punto di vista della preparazione agonistica di livello internazionale. Infatti, il medagliere ci vede chiudere la competizione ben 22esimi, con 8 medaglie (nessuna d’oro, solo due argenti e sei bronzi) in cui la parità di genere vede gli uomini (3 medaglie di cui un solo argento, 18esimo posto nel medagliere maschile) pareggiare il conto-medaglie con le donne (21esimo posto nel medagliere femminile). Troppo facile sarebbe dare la colpa alle cosiddette medaglie di legno, alla sfortuna, o alle condizioni climatiche, perché lo sport in questo è molto democratico. Inoltre, se si analizza a fondo il risultato finale si può notare che delle 8 medaglie finali ben 5 vengono da soli due atleti: Christof Innerhofer e Arianna Fontana.

Sempre più lontani appaiono anche i tempi in cui nelle fila italiane, trovavamo campioni indiscussi a livello internazionale come Stefania Belmondo, Gustav Thöni, Alberto Tomba o Deborah Compagnoni.

Paragonando il risultato di Sochi con le due precedenti edizioni, Torino 2006 vide l’Italia nona con ben 5 ori e una serie di ottime prestazioni da parte dei nostri atleti; Vancouver 2010 ci vide chiudere quindicesimi, ma con almeno una medaglia d’oro al collo di Giuliano Razzoli nello sci alpino, specialità slalom. Le Olimpiadi di Sochi pongono l’Italia dietro a Paesi come la Norvegia, terza dietro a Canada e Stati Uniti con 4 ori e 15 medaglia, o l’Olanda, quinta con 3 ori e 10 medaglie.

È interessante notare che il paese scandinavo ha una popolazione di solo cinque milioni di abitanti, mentre l’Olanda di poco superiore. La loro cultura sportiva è, però, molto differente dalla nostra poiché hanno una capacità formativa per giovani atleti nettamente superiore a quelle del nostro Paese. Persino Bielorussia e Polonia(4 ori a testa), Slovenia (2 ori), Finlandia (3 medaglia ma tutte d’argento) sono davanti a noi. Un bottino che non può che sancire un risultato di basso profilo per l’Italia.

C’è bisogno di una nuova cultura (anche legalitaria), un nuovo approccio allo sport e alle competizioni internazionali che dovrebbero essere visti come una sfida a sé stessi, per superare i propri limiti. Una preparazione che parta dalla formazione scolastica e una mentalità all’allenamento e la forza di volontà che solo dei formatori preparati possono infondere a giovani atleti. Bisogna iniziare dalla scuola per mostrare lo sport per quello che è veramente: un gioco da fare insieme. È necessario riformare e migliorare profondamente l’attività motoria nella scuola primaria e, prima o poi, anche in quella dell’infanzia. Quella è l’età che si genera l’imprinting che porterà ad affrontare la vita, non solo dal punto di vista agonistico. C’è la necessità profonda di affidare lo sviluppo motorio dei bambini a delle figure altamente qualificate, quali sono i laureati in Scienze Motorie.

Portare l’attività motoria nella scuola primaria permette ai bambini di sviluppare sia la padronanza nel muovere il proprio corpo nello spazio, sia le abilità oculo-manuali (la relazione tra ciò che vedi e ciò che afferri, si pensi per esempio all’abilità del passaggio in sport quali il rugby, il basket, la pallamano..) e oculo-podaliche (la relazione che ciò che si vede e ciò che si fa con le gambe ed i piedi, come ad esempio l’abilità nel ricevere e calciare un pallone). Queste capacità si affinano nei primi anni di vita ed è per questo che bisogna far sì che i bambini le sviluppino il prima possibile, sotto la guida di persone esperte.

Non occorre iniziare precocemente l’attività motoria perché bisogna trovare campioni da mandare a vincere le medaglie ai Campionati del Mondo o ai Giochi Olimpici, ma perché l’attività motoria è fondamentale nella prevenzione delle malattie legate alla vita sedentaria (come l’obesità infantile) e dare ai bambini e ai futuri adulti una qualità della vita migliore. La passione per lo sport si svilupperà con il tempo in tutti i ragazzi che ne avranno voglia. Occorre vigilare affinché non ci sia nessuna pressione indebita all’agonismo e la voglia del confronto con gli altri sia solo assecondata da parte degli allenatori.

L’Italia presenterà la propria candidatura per Giochi Olimpici che vedrebbero Roma organizzatore nel 2024. Un appuntamento importante che, se dovesse concretizzarsi, vedrebbe l’Italia tra i protagonisti politici e mediatici della competizione. La necessità di arrivare preparati a questo evento non è solo organizzativa, ma anche sportiva: dobbiamo avere atleti competitivi che possano arrivare a medaglia. Per fare questo, sarà necessaria una alfabetizzazione motoria che parta da subito nella formazione primaria per preparare e selezionare i ragazzi che prenderanno parte alle Olimpiadi.

Prevendo appunto il 2024 come la data delle Olimpiadi romane, cioè tra 10 anni, i giovani che vi parteciperanno, che avranno un’età media di 23 anni, sono adesso studenti della scuola dell’obbligo. È necessario che sia l’istituzione scuola a prepararli, allenandoli e predisponendo la loro formazione sportiva già in questo anno scolastico.

fonte www.huffingtonpost.it

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