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Parità nello sport: un obiettivo ancora distante

386225_280242152075428_2047354536_n1 headshotDomenica si è svolta a Roma la 20° edizione della Maratona di Roma. Un grande appuntamento di sport per tutta la città di Roma, in diretta televisiva in più di 90 paesi. I numeri di questa manifestazione sono enormi oltre 19.000 iscritti alla 42 km e quasi 80.000 alla stracittadina di 5 km, 35 milioni di euro di indotto.

I numeri però non sono l’unico aspetto importante, perché quell’allegro serpentone colorato manda al mondo un messaggio chiaro e inequivocabile: lo sport unisce oltre qualunque tipo di barriere. Osservando da vicino i partecipanti si può notare quanti colori di pelle differenti (asiatici, europei, africani) che al momento del via cominciano a mischiarsi fino a non riconoscersi più, perché lo sport unisce davvero. Le regole valgono per tutti, allo stesso modo, senza soffermarsi sul colore della pelle, sulle abilità o sulle disabilità.

Già perché alla partenza c’erano tante persone disabili, non vedenti amputati o non udenti che hanno affrontato l’intero percorso o la forma più breve.

Lo sport è meraviglioso, unico, ma spesso anche in questo campo, essere donna può essere un problema. Viviamo in una società che richiede, anzi pretende dal corpo delle donne di corrispondere perfettamente ai propri stereotipati parametri: se non si risponde a canoni standard si viene automaticamente escluse.
Scegliere di praticare sport per una donna non è facile, anche perché scendere in campo, in pista, in un palazzetto, in una piscina, e in qualunque luogo di competizione con un abbigliamento che esalta il fisico, mettendo a nudo qualunque difetto, rende questa scelta ancora più complessa e meditata. Lo so bene, perché lo ho provato sulla mia pelle a 11 anni, quando il mio professore di Educazione fisica, Gianni Alessio, mi ha “imposto” di fare attività, come i miei compagni di classe. Era una fase delicata, appena entrata nell’adolescenza evitavo di passare davanti gli specchi. Evitavo il mio handicap, evitavo me stessa.

Esattamente come i miei compagni, nel marzo 1998 ho partecipato per la prima volta ai Giochi Sportivi Studenteschi nelle stesse batterie delle ragazze normodotate. Lo sport ci rendeva tutte uguali, anche se io, affetta da tetra paresi spastica, ero molto più lenta. L’anno successivo, ho ottenuto che ai Giochi ci fosse la gara per studenti disabili (400 metri), qualificandomi per tutte le fasi, fino alle finali nazionali. Ero felice perché potevo esprimermi. Il giorno della mia gara, il pubblico ha accompagnato la mia con una standing ovation. Tutti guardavano i miei movimenti storti, atipici. Non mi potevo più nascondermi, ma non lo volevo più.

Gli stereotipi che ci condizionano vengono spesso alimentati dai media. Secondo uno studio comparativo (Sports, Media and Stereotypes Women and Men in Sports and Media) condotto in Austria, Italia, Lituania, Norvegia e Islanda dal Centro islandese di eguaglianza di genere, le notizie sportive supportano la diffusione dei ruoli di genere tradizionali. Secondo questi studi il 78% dei notiziari sportivi, infatti, è monopolizzato da ‘storie’ maschili, che, nella maggior parte dei casi hanno come scenario il campo da calcio. Le storie delle atlete, invece, passano in secondo piano, privilegiando – per esempio – gli sport individuali a quelli di squadra. Ma è troppo basso anche il numero delle giornaliste sportive.

In Italia non esistono atlete professioniste e la colpa è delle Federazioni. La legge esiste ma non può essere applicata. Su 60 solo 6 discipline sportive sono qualificate come professionistiche, ovvero calcio, pallacanestro, golf, pugilato, motociclismo, ciclismo e nessuna prevede un settore professionistico per le atlete. Si tratta della Legge 91/81 “Norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti” che non è praticamente accessibile alle donne perché molte delle loro attività non sono citate come professionistiche. Molte atlete sono considerate sportive dilettanti (anche se campionesse olimpioniche) e non hanno accesso alla già citata legge n. 91 del 1981 e alla tutela statuita “in generale” per il mondo dei professionisti. Di fatto la retribuzione prevista è molto inferiore a quella dei colleghi maschi sia negli sport che al maschile possono essere considerati sport di massa sia in quelli minori; infatti in Italia il compenso delle calciatrici, anche quelle al top, non è molto distante da quello di un impiegato, negli altri paesi Europei, invece, in sostanza, si può equiparare a quello di un calciatore di medio valore.

Molti dei circoli sportivi più esclusivi di Roma hanno ancora nei regolamenti il divieto al tesseramento per le donne. In Sardegna la Lega pro ha vietato l’uso di arbitri federali per una partita mista a sostegno degli alluvionati. Questi solo alcuni esempi che dimostrano in modo plastico l’arretratezza del nostro Paese su tema fondamentale.

A Vilnius in Lituania si è tenuta lo scorso dicembre una conferenza sulla parità tra uomo e donna nella quale è stato stabilito un obiettivo ambizioso e cioè che entro il 2020 il 40 per cento di posti dirigenziali nello sport sarà assegnato alle donne (la parità in matematica è 50/100).

Sono dunque sotto gli occhi di tutti gli ostacoli che le donne devono affrontare oggi nello sport, sia sotto l’aspetto agonistico, sia sotto quello dirigenziale. Non abbiamo bisogno di altre dichiarazioni d’intenti, a questo punto servono fatti e prove concrete. Deve finire il tempo delle intenzioni. Per questo il Governo, a seguito della mozione che verrà votata in Parlamento, deve garantire il massimo impegno affinché a tutte le donne sia garantita la possibilità di praticare sport alle stesse condizioni degli uomini, in totale sicurezza e occupando ruoli di potere. Per questo gli chiediamo di impegnarsi per attivarsi in tutte le sedi istituzionali europee affinché la nuova Carta europea delle donne nello sport presentata il 25 maggio 2011 sia al più presto approvata e a recepire nell’ordinamento italiano la Carta dei diritti delle donne nello sport approvata nell’ambito del progetto “Olympia” e presentata al Parlamento europeo il 25 maggio 2011 predisponendo tutte quelle iniziative necessarie affinché vi sia una effettiva promozione delle pari opportunità nella pratica sportiva, nella fruizione paritaria degli impianti sportivi, nella ricerca di strumenti utili a promuovere la partecipazione femminile alle varie discipline sportive e ai processi decisionali attraverso l’inclusione delle donne nelle posizioni di dirigenza degli organismi federali delle varie discipline sportive.

da www.huffingtonpost.it

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One thought on “Parità nello sport: un obiettivo ancora distante

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