Comunità

Fondazione Exodus: un viaggio tra i giovani del centro di recupero

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Avevo sentito molto parlare della Fondazione Exodus di don Antonio Mazzi, del suo lavoro con i giovani tossicodipendenti. Questo fine settimana ho finalmente avuto la possibilità di visitare il centro sull’Isola d’Elba.

10351474_568603113253021_25466477573854666_nÈ stata una giornata fuori dal comune, iniziata venerdì sera con la cena in comunità. Ho visitato questa struttura, immersa nel verde e gestita con grande determinazione da una coppia speciale, Marta e Stanislao. Ci siamo ritrovati seduti in una enorme tavolata, guardavo le ragazze e i ragazzi giovani con la tutta la vita davanti, i loro occhi, spesso si perduti nel vuoto.

Io li ricordo i miei 16 anni, quando volevo cambiare il mondo, lottare per me e per gli altri. Quando avevo la speranza di correre verso il futuro, prenderlo in mano e decidere della mia vita. In quel momento, ventottenne seduta davanti a loro, cercavo i loro sguardi di ragazzi consapevoli che la società li ha già marchiati per un errore, hanno avuto la sfortuna di compiere scelte sbagliate, scelte che li hanno portati alla droga, droga pesante che si è portata via una parte di loro, e col rischio di portarsi via anche futuro.

Abbiamo cenato insieme ed è stato bello, come fosse una cena in famiglia. Abbiamo parlato di tutto, calcio compreso. Il giorno dopo abbiamo ci siamo ritrovati a parlare in una sala, ho raccontato loro la mia storia, di quante volte sono caduta correndo e mi sono trovato a terra. Ho cercato di spiegare loro che cadere è possibile, ma bisogna lottare per tenersi in piedi e in quei casi è importante trovare una una mano salda alla quale tenersi e alla quale affidarsi.

don-mazziLa Fondazione Exodus si occupa di queste persone, li accoglie quando tutto sembra finito, quando la speranza sembra non esserci più. Cominciano un percorso comune fatto di attività motoria, musica o il semplice stare insieme, nel rispetto delle regole e degli altri. E’ allora che si può capire che la vita non è finita a 16 anni, ma che deve ancora cominciare.

Attraverso sport come la vela o le attività manuali come coltivare l’orto, si riprende coscienza di se stessi, si ricomincia ad amare la vita. L’attività motoria è fondamentale per fargli recuperare il rapporto col proprio corpo, spesso viene deturpato dalla droga e dal successivo uso di psicofarmaci. E allora perché non dare più valore all’attività motoria, per prevenire e non dover intervenire successivamente, quando tutto è più difficile?

È una strada lenta, fatta di tempo, pazienza e perseveranza, un percorso che somiglia molto a quello degli atleti che, soli con se stessi, si allenano ore e ore per raggiungere quell’equilibrio che gli permetterà di raggiungere l’obiettivo. L’obiettivo di questi ragazzi, però, vale molto più di una medaglia alle Olimpiadi. Il il loro traguardo si chiama vita.

 

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