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Rinnovare le politiche di inclusione scolastica

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Le politiche di inclusione promosse in questi anni dallo Stato italiano hanno consentito un buon livello di inserimento per i giovani alunni disabili nelle scuole italiane. Il diritto all’istruzione di ogni alunno, anche con disabilità, è sulla carta, una delle leggi più avanzate in tema di inclusione scolastica. Il modello italiano d’integrazione degli allievi con disabilità, inoltre, ha anticipato – nei suoi presupposti valoriali, pedagogici e normativi – principi e orientamenti che oggi a livello internazionale costituiscono un paradigma di riferimento.

Eppure, dopo oltre vent’anni dall’inizio di queste politiche che hanno visto l’investimento di una quantità rilevante di risorse economiche e umane per raggiungere una piena inclusione degli allievi con disabilità all’interno del gruppo classe, non paiono avere, nella pratica, conseguito i risultati sperati. Se l’orientamento originario va ribadito e rafforzato in senso inclusivo, poiché corrisponde a una scelta di politica scolastica e di civiltà irrinunciabile, il modello d’integrazione italiano va ripensato con coraggio, spirito innovativo e, soprattutto, maggiore attenzione alle concrete esigenze dei ragazzi e delle loro famiglie, intervenendo sul piano organizzativo, pedagogico, della formazione e allocazione delle risorse umane.

Il problema, infatti, si pone su un piano diverso e cioè che oltre al sostegno che dovrebbe essere atto a sviluppare un apprendimento consono alle abilità residue, le diverse abilità dovrebbero essere al centro anche di progetti di educazione per tutti gli altri alunni della classe.

La disabilità, a qualunque livello, non è una condizione di mostruosità, di errore rispetto al percorso umano “normale”, o una colpa da espiare. Spesso, infatti, il concetto di diversamente abile somiglia a quello di creatura sfuggita al suo inventore e diventata un mostro, una sorta di errore della natura. Purtroppo, alcuni hanno ancora paura di ciò che esce dagli schemi socialmente riconosciuti come accettabili.
Per la maggior parte dei ragazzi delle scuole italiane, un disabile è “colui che non può fare qualcosa”, senza considerare lo spettro infinito della varietà che la vita stessa pone, avendo la natura costruito il mondo su una particolarità che caratterizza tutti e tutto: la diversità. Ogni individuo è diverso da un altro, stigmatizzare la disabilità con una parola e trasformarla in un “progetto di integrazione” è il vero problema. Dobbiamo oltrepassare anche la semantica e iniziare a ragionare su nuovi concetti.

Dividere gli alunni in aggettivi, cioè “noi normodotati” a cospetto dei “diversamente abili”, lascia i primi impauriti e sprovvisti di mezzi, non producendo comportamenti inclusivi di lungo periodo.

Questa che chiamiamo disabilità, è una condizione umana che esiste da sempre e che oggi investe oltre il 10% della popolazione. Partiamo da un assunto di base che ho fatto mio e che da sempre caratterizza il mio lavoro e la mia vita: disabile è solo un aggettivo. Disabile non è sinonimo di inferiore.

Troppo spesso mi giungono notizie di casi di esclusione o distanziazione di ragazzi comeDanilo, bimbo affetto da sindrome di Downnon inserito nella colonia estiva perché “non siamo attrezzati”, salvo poi correggersi con un più onesto “Non vorrei che poi altri genitori portino via i loro bambini” perché potrebbero sentirsi a disagio in sua presenza. Troppo spesso, sento anche casi di classi differenziate perché la presenza dei disabili ritarderebbe lo svolgimento dei programmi scolastici, e non mi riferisco solo a bambini con disabilità cognitive, ma anche fisiche, come avvenuto nel caso del Friuli che fece scalpore alcuni anni fa.

Siamo di fronte, non più a un problema di gestione della formazione dei giovani, ma di cultura sbagliata che deve rinnovarsi. Per utilizzare le parole di Matteo Schianchi, studioso di storia sociale della disabilità all’École pratique des hautes études en Sciences sociales di Parigi, autore di vari libri e collaboratore di Ledha e Fish, Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, in un suo articolo di grande spessore “diversamente abile è semplicemente sinonimo del vecchio e stigmatizzante handicappato (altro termine da bandire) ma un po’ più gentile”. Serve un processo di rinnovamento dell’attuale modello, soprattutto educativo. Questa è la sfida che dobbiamo vincere.

 

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One thought on “Rinnovare le politiche di inclusione scolastica

  1. Ho letto con interesse e attenzione le Sue parole ritrovando in esse il senso vero del mio ventennale impegno di insegnante di sostegno nella secondaria di primo grado. L’inclusione scolastica, per essere tale e non fugace passaggio di parole, passa inevitabilmente attraverso progetti educativi destinati a tutti gli alunni delle classi.
    Gli splendidi risultati ottenuti nel tempo affermano, talvolta, l’efficacia e la correttezza degli interventi e incoraggiano la perseveranza delle azioni.
    Le difficoltà che caratterizzano l’impegno lavorativo e le sgradevoli reazioni ambientali che spesso si devono fronteggiare nel quotidiano, richiedono un impegno supplementare finalizzato ad affermare la centralità degli insegnanti di sostegno e la ridefinizione del loro ruolo.

    Prof.ssa Rosaria Brocato – Dedicato a Giovanna ma …anche a tutti gli altri. Dieci storie di integrazione e di Vita tra le aule scolastiche. FIABA Onlus

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