Disabilità/Scuola

Tempo di ragionare #fuoridaglischemi

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Con l’arrivo dell’estate ho iniziato a portare le gonne. Lunghe, corte, spesso sopra il ginocchio. Andando in giro c’è sempre un bambino o una bambina che fissa le mie ginocchia storte e chiede ai genitori “perché?”. Quei piccoli non hanno paura, semplicemente chiedono una spiegazione a qualcosa che non capiscono, come fanno per l’alba o il tramonto o quando chiedono come sono venuti al mondo.

La risposta più ovvia sarebbe la verità: “cammina a modo suo!”, ma spesso quella che se sento è tutt’altro: “non guardare!”, “non si chiede!”, “eeeh poverina…chissà che le è successo…”. I bambini non mi guardano spaventati, sono le risposte degli adulti a fare la differenza. E a mettere i primi mattoncini di una barriera di ignoranza (nel senso di mancanza di conoscenza) che genera paura e la certezza che ci siano degli schemi che delimitino ciò che è normale e ciò che non lo è. Uno schema che indica la linea della normalità e la differenza.

Le mie maestre delle elementari non conoscevano la disabilità. Erano spaventate dai miei movimenti e preferivano mettermi in un angolo, emarginarmi, farmi vivere una vita differente rispetto ai miei compagni normali. Giorno dopo giorno, mettevano un mattone e costruivano un muro tra me e gli altri, ingabbiando tutti nello schema della “normalità”. Io dovevo pagare il conto di aver “scelto” di essere #fuoridaglischemi. Era triste la mia vita. Sognavo di essere una delle macchine che correvano oltre il muro della scuola, perché erano liberi e felici, mentre io dal mio angolo potevo solo guardare gli altri, quelli che erano dentro gli schemi.

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Dopo più di 20 anni da quando ho iniziato le scuole elementari, pensavo che qualcosa fosse cambiato sulla spinta della grande partecipazione degli studenti disabili ai Giochi Sportivi Studenteschi. Non è così.
Dopo più di un anno dal mio ingresso in Parlamento lo posso dire con certezza: il percorso è ancora molto lungo. Da subito mi sono stati segnalati casi di discriminazione nelle nostre scuole per cui ho presentato interrogazioni al Governo, un’interpellanza urgente in aula, ho coinvolto gli uffici scolastici regionali. Mi sembra di svuotare il mare con il cucchiaino, non si possono solo affrontare i singoli casi perché si crea un discrimine tra chi ha il coraggio di denunciare e chi invece non ce l’ha.

Credo che un partito di centrosinistra debba non solo essere al fianco di chi è discriminato, ma anche di ascoltare e sostenere chi pensa di non avere il diritto neanche di lamentarsi o pretendere di essere una persona, come tutti gli altri. Penso, però, che il punto sia un altro. C’è bisogno di una nuova cultura, un nuovo modo di guardare alle differenze (di genere, di orientamento sessuale, di pensiero, di abilità) e la possiamo creare tutti insieme.

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