8 marzo

Una giornata per tutte le donne, davvero.

Oggi è la Festa della Donna, o meglio, la Giornata Mondiale delle Donne e il mio pensiero, in particolare, va alle tante mamme coraggio che ho incontrato in questi anni. Sono tante le donne che tutti i giorni si prendono cura e combattono per i loro bimbi con disabilità rivendicando diritti e non perdendo mai il sorriso.

Dentro vivono mille difficoltà e sofferenze e, anche se provano  nasconderle, non possono essere ipocritamente tralasciate dalla società.

Innanzitutto devono fare i conti con la spada della diagnosi, qualunque essa sia, che irrompe in casa come un mostro maligno e sconosciuto. E allora quel bimbo tanto atteso non sarà più l’orgoglio per cui si immaginava un futuro da medico, architetto, ingegnere o calciatore, ma sarà un essere fragile da curare nel miglior modo possibile.

Inizia, così, la trafila burocratica del riconoscimento della disabilità e contemporaneamente le infinite visite mediche e la riabilitazione, perché si sa che i primi anni sono fondamentali.

Intanto, mentre le mamme tarano gli orari del giorno e della notte sulle necessità del nuovo arrivato e fanno su e giù come trottole sempre col sorriso sulle labbra, occorre schivare amorevolmente tutti i suggerimenti di chi, pur non conoscendo neanche la differenza tra una cerebrolesione da una qualsiasi altra sindrome, ha la soluzione in tasca perché ha sentito o letto di questo o quel dottore magnifico, specializzato esattamente nella cura di quella patologia e che farà guarire quel bambino.

E allora le madri dovranno essere forti e dolci nello spiegare che la disabilità non è una malattia e che dalla disabilità non si guarisce.

Poi devono affrontare le mille difficoltà della scuola e dell’inclusione, mentre quei figli cominciano a farsi e a fare centinaia di domande alle quali è difficile rispondere: “perché proprio a me? Perché non posso correre e giocare come gli altri bambini?”.

Le mamme devono essere forti per rispondere a queste domande, consapevoli che non è colpa loro nonostante vengano spesso additate come responsabili dagli sguardi ignoranti e indagatori della gente.

No, la disabilità non è una colpa. La disabilità è qualcosa che accade e va affrontata giorno per giorno.

Semmai, per colpa di qualcuno si è guardati con sospetto e trattati da furbetti magari perché si usufruisce dei 3 giorni al mese di permesso garantiti dalla legge 104. C’è, dunque, chi pensa sia una vera e propria fortuna essere disabili.

A proposito, ma se invece che “falsi invalidi”, chiamassimo chi fa finta di essere disabile con il suo vero nome: TRUFFATORE? Forse la disabilità non sarebbe percepita come un privilegio (che fortuna! Facciamo cambio?)

Dopo la scuola c’è l’inserimento lavorativo: una fase difficile e complessa, non per l’assenza di norme e tutele, ma per la difficoltà di essere considerati una risorsa e non un riempi casella per non pagare le multe previste dalle leggi, appunto.

Dovremmo aiutare le nostre mamme riconoscendo loro il care giver, il carico delle cure, dando il giusto valore al lavoro svolto per prendersi cura delle persone con disabilità grave e riconoscendo quanto questo abbia un impatto sulla vita delle persone. Un modo per ringraziarle e tutelarle. Le proposte in Parlamento ci sono, ora dobbiamo fare la legge!

Poi ci siamo noi.

Giovani ragazze e donne con disabilità che cresciamo in un mondo dove la pubblicità ci propone dei modelli di bellezza ai quali non potremo mai arrivare semplicemente perché noi siamo così.

E allora dobbiamo affrontare l’infanzia e l’adolescenza sempre col dito puntato addosso di “quella disabile”, aggettivo che impedisce ancora a molti di andare oltre e di guardare la persona.

Le serate con gli amici sono centellinate perché non puoi ballare, perché ogni volta bisogna considerare le barriere architettoniche per arrivare al locale e quelle del locale stesso. Eppure la ricordo benissimo la prima volta che ho ballato in discoteca. Era alla festa dei 18 anni di un mio compagno di classe e la mia compagna di banco mi disse: “adesso andiamo a ballare!” Ero stordita, mi vergognavo parecchio. Ero abituata alle piste di atletica, ma ballare in discoteca era una sorta di emancipazione. Mi prese per mano e mi trascinò sulla pista da ballo. Mi sono divertita tantissimo, anche se è rimasto un episodio abbastanza isolato. Il confronto con le altre per noi può essere difficilissimo e trovare la propria strada è l’unico modo sicuro per avere fiducia nelle proprie possibilità.

C’è una nuova generazione di donne con disabilità che ha preso in mano la propria vita così com’è e ha trasformato quello che tutti considerano una debolezza in un punto di forza. Penso a Bebe Vio che ha portato le sue cicatrici in passerella per indossare uno splendido abito Dior, Giusy Versace che ha ballato in TV con le sue protesi. Donne incredibili che sono andate “oltre”. Ora dobbiamo riuscire a portare il loro esempio anche in tutte quelle case dove abitano ragazze nate disabili, che si sentono schiacciate e inadeguate ad avere un ruolo sociale perché è tutta la vita che combattono e si sono stancate. È difficile nascere donne e disabili, perché non conosci l’alternativa, non sai cosa hai “perso” (per usare le frasi dei normodotati) e non sai cosa devi andare a cercare.

In questo senso è fondamentale il ruolo della TV e dei social media che possono costruire una nuova immagine di persona con disabilità capace di avere e sviluppare differenti abilità per arrivare agli stessi risultati. Allora, benissimo la presenza di Ezio Bosso e dei Ladri di Carrozzelle a Sanremo, così come di Bebe Vio a Washington e sulle passerelle, ma serve continuità e varietà di presenze. Sarebbe bello avere presentatrici, attrici, hostess, modelle con disabilità, perché a quel punto le diverse abilità saranno solo un modo diverso di fare le stesse cose, senza differenza né discriminazione. Insomma, sarebbe davvero la giornata di tutte le donne.

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