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Tutto possiamo con gli “strumenti” giusti”.

Ricordo gli anni dell’adolescenza come il periodo in cui sono cresciuta e ho capito come vivere e convivere con la mia disabilità imparando a riconoscerne tutte le sue sfumature. Ci sono stati dei momenti difficili, come quando mi hanno confermato i problemi alla vista: campo visivo ristretto. E ho pensato: “adesso pure questa!”. Ma è stato anche il tempo in cui ho deciso di diventare un’atleta e, mettendo un passo dopo l’altro, ho imparato a correre da sola.

Per anni l’atletica è stata la mia ragione di vita: mi alzavo pensando a quando avrei indossato le mie scarpette chiodate e tutta la mia giornata ruotava intorno agli allenamenti.

Ero certamente felice ma mi sentivo incompleta. Per anni mi sono chiesta se avrei mai incontrato qualcuno che sarebbe stato disposto a condividere con me i problemi legati alla mia disabilità, le mie lentezze, le mie necessità, ma anche il mio carattere e la mia gioia di vivere. Insomma, qualcuno che fosse pronto ad amare “il pacchetto completo”.
Alle feste mi capitava di essere avvicinata da ragazzi che dopo un po’ mi chiedevano: “ma tu puoi avere figli?” E io rispondevo che sì, ovviamente, potevo averne  e che il mio era solo un problema motorio!
Mi rispondevano vaghi e si dileguavano. Ho impiegato anni a comprendere cosa volessero veramente e perché si allontanassero.

Come tutti gli adolescenti, ho passato anche io il momento in cui ho pensato “nessuno mi si prende!”, quello della paura di restare da sola. Dopo la maturità scientifica mi sono iscritta a Lettere e Filosofia alla Sapienza, una vera e propria avventura. A cominciare dalla scalinata d’accesso della facoltà.

Sono stati gli anni delle amicizie vere e delle prime scoperte del mondo, mi occorrevano solo gli strumenti giusti e qualche amico disposto ad accettare le sfide: a 20 anni il primo viaggio a Parigi, a 22 a Lisbona e poi un mese, ad agosto, a Vienna per migliorare il tedesco all’università.

Qui ho incontrato ragazzi da tutto il mondo e, confrontandomi con loro, è cresciuta la mia consapevolezza di essere cittadina europea ma anche che esistono diversi approcci alla disabilità.  Nella capitale austriaca ho provato per la prima volta l’inebriante piacere della libertà. Uscire dallo studentato, prendere il tram, arrivare all’università o in centro per fare due passi, per la prima volta da sola! Un anno dopo è stata la volta di Berlino sempre per un mese, ancora una volta per un corso di lingua, prima di iniziare i sei mesi di Erasmus. Qui le difficoltà sono state maggiori per le barriere architettoniche presenti nello studentato. Appena arrivata avevo pensato di tornare a Roma, ma i miei genitori mi hanno spinta a trovare, se possibile, una soluzione, prima di rinunciare.

E’stata la scelta giusta: ho incontrato un gruppo di ragazzi e ragazze che mi davano una mano ogni volta che ne avessi bisogno. Delle persone stupende, che non hanno avuto paura della mia diversità ma mi hanno aiutato a superare ogni cosa. I sei mesi all’università di Lipsia sono stati la prova di maturità. Ho scoperto che nei momenti complicati è importante avere una comunità che ti sostiene e ti aiuta.

Tutto questo, però, non dava risposte alle paure più profonde e personali. Ho atteso 24 anni prima di averle. Ho atteso 24 anni prima di incontrare Luca e lui 37 prima di incontrare me. E tutto ha trovato il suo posto. Quando ci siamo conosciuti eravamo a Roma, durante le vacanze di Natale alla fine di un percorso di emancipazione individuale, durante il quale avevo ottenuto tutti gli strumenti necessari e giusti per compiere la mia strada, essere felice e sentirmi completa.

Ricordando la mia storia sono ancora più convinta che il nostro compito, quello della politica, sia quello di fornire ad ogni persona gli strumenti necessari per sviluppare le proprie abilità, capacità e attitudini. Un’utopia? Forse. Ma la mia esperienza racconta il contrario, dice che con un po’ di impegno possiamo farcela e che costruire una società per tutti non è un sogno.

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