Diritti/Disabilità

Love Giver, un percorso da approfondire verso un’ inclusione piena e responsabile

Il tema dell’assistenza psicologica e sessuale delle persone con disabilità motorie sta prendendo sempre più piede, segno di una importante attenzione verso l’acquisizione di una cittadinanza piena e sostanziale e non solo formale.

Un’occasione importante, dunque, il convegno organizzato a Roma per il progetto dei cosiddetti “love giver”.

In questa occasione ho voluto ricordare come prima ancora di una legge, è evidente che un tema così delicato debba essere approfondito  al centro di un dibattito pubblico ampio è articolato, almeno per tre motivi: il primo è che la stragrande maggioranza delle persone normodotate e che non hanno esperienza diretta e vicina di persone con disabilità, le considerano spesso asessuate o prive di pulsioni. Il primo stereotipo da superare è questo.

Il secondo motivo è che un dibattito articolato permetterebbe di evidenziare i diversi aspetti, non solo “fisici” della sessualità delle persone disabili, analizzando tutti i differenti aspetti che coinvolgono l’intimità personale della vita di ciascuno.

Infine, occorre tenere in considerazione i differenti tipi di disabilità.

Contemporaneamente al riconoscimento di un’esigenza fisiologica, maschile e femminile, quindi, si deve tener conto di molti altri aspetti, partendo dal fatto che le persone con disabilità devono avere una propria vita di relazione interpersonale.

Ad esempio, parallelamente occorre mettere in campo il massimo impegno perché venga favorita l’accessibilità dei luoghi frequentati quotidianamente: dalla scuola all’università, dei locali pubblici come i bar o le discoteche, ma anche tutti i mezzi di trasporto in generale, luoghi da dove passa la socializzazione.

Dunque, la sessualità rientra in una più ampia vita di relazione, va considerata una questione di diritti di cittadinanza e ha a che fare con il decidere, il più possibile autonomamente, tutti gli aspetti della propria vita.

Il punto di vista non è univoco, ma deve partire da quei progetti di vita indipendente coerenti con il percorso e con la volontà del singolo (l’affettività rientra a pieno titolo in questa sfera).

Inoltre, la disabilità, al singolare, non esiste. Esistono tante forme di disabilità che si intersecano in contesti familiari totalmente differenti l’uno dall’altro, quindi, le risposte non possono essere standard. Questa discussione non può prescindere da questo punto.

Bisogna, quindi, riuscire ad individuare le risposte migliori, evitando di confinarci in soluzioni semplicistiche che escludono una persona con disabilità invece di includerla.

Per questo la riflessione sulla figura del love giver è molto delicata e ha delle implicazioni sotto diversi punti di vista.

Innanzitutto occorre considerare il cosiddetto fenomeno dei “devotee”, le persone attratte da disabili, che potrebbero avere un approccio e delle intenzioni ambigue.

Inoltre c’è un tema di età: ovviamente questi lavoratori dovrebbero essere maggiorenni, mentre non si può negare che le pulsioni sessuali di chiunque, quindi anche delle persone con diversa abilità, inizino molto prima del compimento del 18°anno. Bisogna, quindi essere molto chiari: anche coloro che usufruiscono di questo tipo di assistenza dovranno essere maggiorenni, per non lasciare spazio a possibili interpretazioni che possano dare adito a pericolosi precedenti.

È, inoltre, necessario prevedere un percorso di supporto psicologico e di educazione all’affettività e alla sessualità dei possibili utenti, al fine di scoprire il proprio corpo, le proprie reazioni, ma questa è una questione che non riguarda solo le persone con disabilità, ma dovrebbe interessare tutte e tutti.

Come ho detto serve un dibattito approfondito e ampio, condotto insieme a tutte le associazioni e alle famiglie, cercando di superare imbarazzi e luoghi comuni, tenendo presente il benessere della persona, ma anche i possibili pericoli.

Ad esempio, occorrerebbe rendersi conto che la violenza sessuale sui disabili è molto più diffusa di quanto si pensi. Da alcuni dati del 2016 le donne disabili che hanno subito una molestia o una violenza è del 70%, ma se ne parla molto meno, quasi per niente, a causa dei tabù e soprattutto della difficoltà di riconoscerle e di denunciarle. In questo caso si dovrebbe immaginare una formazione “blindata” per i love giver, che dovranno operare al di sopra di ogni sospetto e nel pieno rispetto del fruitore, che in caso di “eccesso” non avrebbe la possibilità di difendersi. Dovremo immaginare sistemi di sostegno e accompagnamento anche per gli stessi disabili e le famiglie, così che il percorso possa essere più sereno e naturale possibile. Andrei quindi cauta con fughe in avanti o sperimentazioni, mosse dalla buona fede e dalla necessità di affrontare il tema concretamente, ma che potrebbero non assicurare la massima sicurezza.

Chiuderei con una riflessione che parte dal linguaggio. Chi si dovrebbe occupare di questi aspetti viene definito “love giver” e non “sex giver”. Voglio credere che questa non sia solo una forma di pudore linguistico, bensì la consapevolezza della complessità che l’affettività, la sessualità e le relazioni affettive costituiscono per ognuno di noi.

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