Diritti/Disabilità/Donne

“Donne e sport- riflessioni in un’ottica di genere”

Il 15 marzo ho partecipato al terzo incontro “Donne e sport- riflessioni in un’ottica di genere”.

Sinceramente non ho mai capito bene cosa fosse questo mio handicap, me lo sono sempre immaginato come uno zainetto da portare sulle spalle, con una cosa ignota dentro. In realtà la mia disabilità la conosco molto bene, non è ignota. Eppure all’epoca c’era qualcosa di sorprendente, quasi da nascondere, nella disabilità e questo mi era stato insegnato quando andavo alle elementari. La maestra mi aprendeva e metteva da parte ogni volta dovevamo andare in palestra oppure i miei compagni facevano qualunque tipo di educazione fisica. Dovevo stare da una parte, poiché, come diceva lei: “devi imparare da che parte stare”. Ma io non ho mai voluto imparare in quale parte della società quel tipo di mentalità volesse relegarmi, tant’è che in quarta elementare il tema era “Da grande vorrei…” ed io scrissi: “da grande vorrei andare alle paralimpiadi”.

Era il ’96, l’anno delle Olimpiadi di Atlanta e, come tutti i bambini, ero rimasta affascinata dalla televisione, dalle immagini che arrivavano. La maestra lesse questo tema davanti a tutti, dopo di che chiamò i miei genitori, dicendo loro che avevo assolutamente bisogno di uno psicologo, perché non avevo capito bene cosa avessi: secondo lei avevo cioè dei problemi a relazionarmi con la mia disabilità. Ovviamente, siamo un po’ scoppiati tutti a ridere, ma devo dire che avevo una famiglia molto particolare, venti anni fa’. Oggi ovviamente non succederebbe mai una cosa del genere, almeno mi auguro.

Quando sono arrivata in prima media ho incontrato un professore di educazione fisica che mi disse: “io ti metterò il voto in educazione fisica, solamente se cercherai di fare quello che fanno gli altri. Non avrà importanza se tu riuscirai a farlo come lo fanno gli altri, sicuramente troverai un modo per raggiungere il tuo traguardo”. Non solo lo ha detto, ma lui mi ha dato la sua mano, che per me che non ho equilibrio, era lo strumento di cui avevo bisogno in quel momento per poter correre, per poter camminare – ancora non sapevo correre –  e piano piano ho imparato. Mi ha iscritto ai giochi sportivi studenteschi, esattamente come aveva fatto con i miei coetanei, solo che all’epoca non esisteva la gara per i disabili e quindi gareggiavo con i normodotati, arrivavo dopo, però arrivavo. E l’anno dopo siamo riusciti ad avere la gara separata per i disabili.

Abbiamo dovuto combattere per avere una gara per disabili all’interno di competizioni per normodotati. Siccome ero da sola ho vinto la fase provinciale, regionale e quindi aspettavo quella nazionale, come tutti i ragazzi.

Quando il mio professore è andato ad iscrivermi al Provveditorato si è sentito dire: “ ma non si sentirà diversa a correre con quelli normali?”. Sono passati 20 anni da quel giorno e penso che di strada ne abbiamo fatta.

Oggi i ragazzi disabili che partecipano ai giochi studenteschi sono molti più di uno, ma vi assicuro che io ho corso da sola per molti anni, perché credo che quando c’è un muro, una barriera, è penso che sia giusto fare una cosa, non è importante se la fai da sola o in gruppo. L’importante è dare l’esempio: certo era difficile poi tornare in classe e a chi ti chiedeva: “quanto sei arrivata?” rispondere “ho vinto”. La risposta era “grazie eri da sola”, quante volte me lo sono sentita dire. Del resto, da adolescenti si è anche un po’ cattivi.

Sapevo che era importante quello che stavamo facendo. Vedevo che si stava rompendo quel muro di diffidenza e soprattutto cominciavano ad arrivare altre ragazze/i con disabilità.

A scuola ovviamente non è stato facile. La reazione più comune dei professori era: “perché proprio tu devi fare sport, quando sei anche bravina a scuola, quindi devi togliere ore, proprio te che sei disabile…ce ne stanno tanti”.

Però lo sport mi ha insegnato molto, soprattutto nel rapporto con me stessa. Poiché essere una donna  con disabilità in questo tipo di società mediatica, secondo me è diverso che essere un uomo con disabilità. Ti viene infatti proposto un modello di donna e di femminilità che spinge sempre al massimo, all’iperefficienza, alla forma fisica che deve essere più vicina possibile alla normalità, al punto tale da intervenire con photoshop. Ma una persona con disabilità non può usare photoshop, la disabilità si vede comunque, non è un neo, né il brufolo di un momento.

A me lo sport ha insegnato che, se dovevo abbassare il mio tempo, dovevo scendere in pista a qualunque costo, anche se il costo per me era quello di farmi vedere da uno stadio pieno di persone non abituate a vedere persone con disabilità, tanto meno a vedere persone con disabilità in top e pantaloncini. Mi è costato? No, perché in realtà l’obiettivo era abbassare il mio tempo, l’obiettivo primario era svolgere il mio compito da atleta. Mi allenavo e volevo il mio risultato, non pensavo a tutto il resto.

Credo da questo punto di vista che lo sport sia un veicolo straordinario: lo vediamo ogni quattro anni con le Olimpiadi, ogni due anni con le paralimpiadi, quando ci sono in alternanza paralimpiadi estive ed invernali.

Credo che la società possa fare di più, ad esempio, mi piacerebbe che nei quiz televisivi ci fossero persone con disabilità, che venissero non ostentate, ma che fosse mostrata la nostra normalità.

Ho lavorato molto affinché le persone con disabilità potessero avere un livello di istruzione sempre più alto, più qualificato, per avere cioè, un’inclusione scolastica maggiore. Siamo il primo paese e uno dei pochi paesi al mondo a non avere le classi speciali: le abbiamo infatti abolite dal 1977.

Credo che quella sia stata una delle grandi conquiste della società, che dobbiamo rivendicare e cercare di far sì che l’inclusione sia veramente un valore. La scuola, infatti, è la prima società in cui un bambino con disabilità entra.

Un bambino con disabilità ha una giornata scandita in modo regolare: si sveglia alla mattina, deve pensare alla scuola, alla riabilitazione, alla famiglia e rischia spesso di vivere in una “bolla” di adulti. È per questo che la scuola non può che svolgere il suo ruolo di prima piccola società protetta in cui un bambino con disabilità entra.

E la possibilità di imparare anche in palestra e quindi in un modo diverso rispetto alla lezione frontale, è assolutamente determinante per tutti, ma soprattutto per gli alunni cosiddetti normodotati, poiché riescono ad imparare, in modo evidente, che la disabilità è solo un modo diverso di raggiungere lo stesso traguardo. Non importa se il traguardo è raggiunto vedendo o non vedendo, correndo bene o con qualche con difficoltà, l’importante è raggiungere il traguardo. Lo sport paralimpico lo insegna benissimo: il problema è che la società che ci circonda ha delle difficoltà a recepire questi messaggi.

A un certo punto ho voluto mandare un messaggio alle ragazze e alle bambine che non si riconoscono nel loro corpo ed hanno difficoltà. Viviamo in una società in cui il tasso di anoressia e bulimia è spaventoso e osserviamo fenomeni di anoressia e bulimia in ragazze  classificate socialmente come normodotate.

Ho voluto postare su facebook la mia foto in bikini, lanciando un messaggio alle ragazze che non si accettano, perché hanno una disabilità o rifiutano il proprio fisico. In realtà questo mi è costato perché mi sono dovuta mettere in mostra, però è stato un gesto istintivo, abbastanza naturale, che deriva dalla mia esperienza nello sport.

Ovviamente non mi aspettavo che la foto poi facesse il giro del mondo e mi scrivessero persone da tutto il mondo. Su Repubblica uscì un’analisi sociologica di quella foto: sosteneva che era la prima volta che una donna con disabilità usasse il suo corpo per un messaggio politico in senso ampio – non partitico – , esattamente come le donne hanno fatto dal ’68 in poi. E con questo non voglio dire che non esistano sul web foto di donne con disabilità in bikini o in altre forme, ma era la prima volta che veniva usata esattamente come le donne normodotate avevano fatto dieci anni prima.

Se qualcuno oggi mi chiede se sono femminista, rispondo no, in quanto culturalmente e dal punto di vista anagrafico non posso appartenere a quel movimento, ma sicuramente ne ho ereditato i principi e le battaglie. Tali battaglie ora devono proseguire, non sono più quelle di 50 anni fa’, ma sono le nuove battaglie.

Io lascio in eredità nel prossimo Parlamento la conquista di un Fondo maternità, da difendere fortemente, che per la prima volta permette alle atlete di avere la tutela della maternità. Fino al 2018, infatti, le atlete o recidevano il contratto o abortivano. Grazie alla mia battaglia, durata più di un anno, dalla scorsa legge di bilancio, siamo riusciti questo anno per la prima volta ad avere un fondo di tutela della maternità per le atlete, ma, essendo un fondo, dovremo tenere gli occhi aperti.

E poi lascio in eredità una proposta di legge, la modifica della legge n.91 del 1981 sul professionismo sportivo. È un testo scritto e riscritto. Non sono certo la prima ad avere proposto la parità di genere nel professionismo femminile, ma lascio in eredità gli atti parlamentari di chi per la prima volta è riuscito a farli incardinare: che significa un testo ed un lavoro e ne passo il testimone al prossimo Parlamento.

Credo che sia una legge di civiltà che possa far sì, finalmente, che nella libertà delle singole federazioni, come recita la legge, di decidere se essere o meno professioniste, qualora una federazione decidesse di essere professionista, lo deve fare nel rispetto della parità di genere. Ciò è semplice e ovvio, eppure oggi non è così, cioè le donne, a differenza degli uomini, non hanno le tutele derivanti da un contratto di lavoro: contributi previdenziali, garanzie in caso di infortunio lungo, non hanno ciò per cui le nostre nonne hanno lottato.

Credo che sia una delle battaglie che deve proseguire e sono sicura che se riusciremo a farle insieme, come ho fatto per questi anni, arriveremo alla fine e a vincere anche questa sfida.

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