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La nostra sicurezza non passa attraverso la criminalizzazione dei migranti.

C’era una volta in cui in piazza gridavamo: “Siamo tutti clandestini!”

Chi ha tra i 30 e i 40 anni come me, ricorda bene gli anni dell’ultimo governo Berlusconi, in cui le Università pullulavano di ragazzi e di idee per una società più giusta e inclusiva, per stralciare la Bossi-Fini e cancellare il reato di immigrazione clandestina.

Ricordo bene anche quando l’allora leader libico Muhammad Gheddafi venne a Roma ed io andai ad ascoltarlo nell’aula Magna della Sapienza, la mia università.

Ricordo la tensione all’esterno, le critiche a chi, come me, decise di entrare. Ma io come allora rivendico la mia scelta: per contestare devi conoscere e per conoscere devi ascoltare. Solo dopo aver ascoltato si può dire “non sono d’accordo”.

Gli immigrati sono al centro del dibattito pubblico da almeno 25 anni, non è una novità, così come la campagna denigratoria che fa degli arrivati dei potenziali criminali: gli albanesi, gli jugoslavi, poi i marocchini,..oggi sono genericamente gli immigrati.

Non possiamo, però, cadere nella retorica semplicistica che mette in relazione l’immigrazione e la criminalità, per due semplici ragioni:

1) essere clandestino non vuol dire essere criminale. Fuggire dalla guerra, dalla violenza e dalla fame non può essere una colpa.

2) La maggior parte delle persone detenute nelle case circondariali sono italianissimi.

Il decreto Salvini fa arretrare il nostro paese per molte ragioni e va contestato nel merito, ad esempio, discutendo di sprar.

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