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Giornata Mondiale delle Persone con disabilità: le 4 sfide che ci attendono

sea black and white landscape beach

Photo by Sabeel Ahammed on Pexels.com

“Rimarrai così tutta la vita, non lo hai ancora capito???”

No. Avevo 11 anni e non lo avevo ancora capito. Quelle parole di quell’asettico camice bianco mi arrivarono addosso come una frustata a freddo, un colpo a sorpresa, a spezzare per sempre l’illusione di un’infanzia che forse non ho mai avuto e spingermi con forza verso l’età adulta. Senza passare dal via.

Venivo da un periodo difficile, mi stavo riprendendo dall’ultimo intervento chirurgico, dovevo fare gli esami di quinta elementare e stavo pensando ad altro. Non avevo mai realizzato che quella diversità mi avrebbe fatto compagnia per sempre: del resto la febbre dopo una settimana passa…e io pensavo che la mia fosse una febbre un po’più lunga.

Da quel momento mi sono sentita precipitare in un tunnel nero, non volevo saperne del mio corpo strano, diverso, ho cominciato ad odiare le mie gambe, a pensare che sarebbe stato meglio se io non ci fossi mai stata. Quel tunnel ha iniziato ad assorbirmi sempre di più, ho dovuto portare i tutori, due gabbie di plastica bianca con delle enormi fibbie in tinta che non ne volevano sapere di rimanere nascosti sotto i pantaloni. Avevo appena iniziato la prima media e la mia diversità era sempre più evidente: mentre le mie compagne di classe erano alle prese con le prime uscite e con l’organizzare pomeriggi meravigliosi, io dovevo trovare il tempo di studiare tra una fisioterapia e l’altra.

Ma per due ore a settimana mi sentivo invincibile, la più forte, la migliore: quando facevamo educazione fisica. In quel momento ero me stessa, potevo dimostrare a tutti che potevo sfidare e superare i miei limiti. Certo, i miei compagni non lo sapevano, non lo vedevano, non se ne accorgevano, ma io sì. Mi sentivo sempre più forte.

Avevo Gianni, il mio prof di educazione fisica, che correva al mio fianco dandomi la sua mano e sfidando la mia diversità. Per la prima volta avevo trovato qualcuno che si fidava di me, che voleva vedere dove ero in grado di arrivare, senza fermarsi all’apparenza.

Erano anni molto diversi, anni in cui lui rischiava moltissimo per darmi quelle due ore di libertà, che per me significavano tantissimo. Certo, gli specchi di casa, soprattutto se a figura intera rimanevano miei grandi nemici, ma stavo iniziando a scoprire che sapevo fare tante cose. Certo, in un modo diverso, ma stavo imparando ad essere me stessa e a muovere i miei primi passi verso la libertà.

Poi sono arrivate le prime gare e avevo un po’ paura. Non delle gare, ma della pietà degli altri, quella che leggevo negli sguardi della gente. Però vedevo anche che ogni volta che tagliavo il traguardo, piegata dallo sforzo di quei 1,2km di marcia qualche pregiudizio cadeva.

Gli anni successivi sono arrivati altri studenti con disabilità e poi altri ancora. Oggi la presenza di studenti disabili nei Giochi Sportivi Studenteschi è una cosa normale e questa la considero anche una mia vittoria, perché la diffidenza ha lasciato il posto all’inclusione.

Dopo 20 anni dalla prima gara, traballante e insicura su quei primi 60 metri, il mondo è cambiato molto. La mentalità è cambiata. Quella sfida è vinta.

Oggi, però ce ne attendono altre di sfide:

  1.  Investire sull’autonomia, i progetti di vita indipendente e il dopo di noi
  2. 5 miliardi di euro per un Piano Nazionale di abbattimento totale delle barriere architettoniche e sensoriali
  3. introduzione dell’educazione affettiva nelle scuole per insegnare a tutti a conoscere il proprio corpo e a rispettare gli altri, affinché si riescano a contrastare la violenza sulle donne anche quelle disabili
  4. un patto europeo per contrastare le sterilizzazioni delle persone con disabilità

Queste sono le sfide che ci attendono nei prossimi anni, io sono pronta a lottare per i nostri diritti e voi?

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