#CISONOANCHEIO

Nel nostro Paese vi è un’unica legge che regola il professionismo sportivo, è la legge n° 91 del 23 marzo del 1981 recante “norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti”. Sino ad oggi essa non ha subito alcuna modifica, nonostante sia trascorso molto tempo e il dibattito aperta tra figure di spicco del mondo dello sport e del diritto sportivo in merito alla necessità di apportare eventuali. La legge 81/91 è divisa in quattro capi e stabilisce, tra gli altri elementi, chi possa essere definito professionista sportivo. L’articolo 2 stabilisce infatti: “Sono sportivi professionisti, gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi e i preparatori atletici che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal Coni e che conseguono la qualificazione delle federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle federazioni stesse. Con l’osservanza delle direttive stabilite dal Coni per la distinzione dell’attività dilettantistica dalla professionistica”.

La legge indica espressamente quali sono dunque le figure che possono essere considerate professionistiche, queste sono definite senza alcuna distinzione di sesso, ma è proprio l’ultima parte dell’articolo 2, nella quale si delega al Coni e alle Federazioni la distinzione dell’attività dilettantistica da quella professionistica, che si determina un profondo elemento discriminante che ha penalizzato le donne che praticano sport. Da 33 anni a questa parte si è infatti atteso che queste direttive Coni chiariscano la distinzione dell’attività professionistica da quella dilettantistica; da altrettanto tempo assistiamo ad un caso in cui le Federazioni si sono solo limitate a dichiarare quale sia l’area del professionismo da quella del dilettantismo, senza fissare un criterio distintivo che non sia solo di tipo formale. La ratio di questa non scelta è quella di non voler troppo allargare il bacino del professionismo. Tuttavia, appare ingiustificata l’assenza delle donne.

A oggi uno sport come la pallavolo è privo di un settore professionistico. Nel calcio la discriminazione è invece evidente: la Figc ha distinto nel suo regolamento le serie professionistiche dalle dilettantistiche, ma ha escluso dalle prime i dilettanti, il settore del calcio a 5 e esplicitamente le donne. Nella pallacanestro la Fip ha posto anch’essa dei paletti attraverso l’articolo 4-bis comma 1 in cui definisce professionisti solo i giocatori uomini partecipanti ai campionati nazionali maschili definiti professionisti (Lega A e l’ex Lagadue) ed esclude le donne anche se tesserate nei campionati nazionali. La prima conseguenza dell’assenza del riconoscimento del professionismo sportivo nelle donne è la mancanza di un contratto di lavoro. In vista di una regolare contrattualizzazione le prestazioni fornite dalle sportive “professionisti di fatto” non possono essere considerate neppure lavoratrici di tipo subordinato o autonome.

Per i “professionisti di fatto” esistono oggi dei moduli che regolano ad hoc l’erogazione del denaro e stabiliscono punti su cui rendere effettivo il legame tra società e giocatore, ma sono tutti elementi di contrattualizzazione secondaria che escludono forme di tutela completa, come quella invece riservata ai professionisti. Le disparità di fatto tra uomini e donne nello sport creano un serie di conseguenze da non sottovalutare. Le atlete donne, infatti, non percepiscono né Tfr, né indennizzi per i casi di maternità, e sono escluse dalla maggior parte delle forme di tutela presenti nel mondo del lavoro. In assenza di un contratto ed in presenza di questa condizione che spesso raggiunge la stregua di un lavoro in nero, il 70% delle donne che vivono di sport non raggiungono l’indipendenza economica, altrettante sono costrette a chiedere a lungo un sostegno alla famiglia. Questo scenario deve essere letto considerando come precondizione un gap del 17% nello stipendio percepito da una donna ‘professionista’ rispetto ad un uomo che pratica sport agli stessi livelli.

Spetta allo Stato la tutela delle pari opportunità nella pratica sportiva, il riconoscimento della parità di valore allo sport praticato dai due sessi, la promozione di azioni finalizzate al superamento delle diversità e delle difficoltà presenti nello sport femminile.

In ambito europeo, si ricorda l’adozione da parte del Parlamento europeo della risoluzione 5 giugno 2003 su “donne e sport” (2002/2280/INI) che chiede agli Stati membri e all’UE di assicurare alle donne e agli uomini pari condizioni di accesso alla pratica sportiva, chiede alla Commissione di sostenere la promozione dello sport femminile nei programmi e nelle azioni comunitarie e propone di inserire nella strategia quadro comunitaria in materia di parità fra donne e uomini 2006-2010 un obiettivo operativo dedicato alla partecipazione delle donne alla pratica sportiva. La risoluzione sollecita, inoltre, gli Stati membri e il movimento sportivo a sopprimere la distinzione fra pratiche maschili e femminili nelle procedure di riconoscimento delle discipline di alto livello; alle Federazioni nazionali, chiede di garantire gli stessi diritti in termini di reddito, di condizioni di supporto e allenamento, di accesso alle competizioni, di protezione sociale e di formazione professionale, nonché di reinserimento sociale attivo al termine delle carriere sportive. Infine, agli Stati membri e alle autorità di tutela la risoluzione chiede di condizionare la propria autorizzazione e il sovvenzionamento delle associazioni sportive a disposizioni statutarie che garantiscano una rappresentanza equilibrata delle donne e degli uomini a tutti i livelli e per tutte le cariche decisionali.

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