“Donne e sport- riflessioni in un’ottica di genere”

Il 15 marzo ho partecipato al terzo incontro “Donne e sport- riflessioni in un’ottica di genere”.

Sinceramente non ho mai capito bene cosa fosse questo mio handicap, me lo sono sempre immaginato come uno zainetto da portare sulle spalle, con una cosa ignota dentro. In realtà la mia disabilità la conosco molto bene, non è ignota. Eppure all’epoca c’era qualcosa di sorprendente, quasi da nascondere, nella disabilità e questo mi era stato insegnato quando andavo alle elementari. La maestra mi aprendeva e metteva da parte ogni volta dovevamo andare in palestra oppure i miei compagni facevano qualunque tipo di educazione fisica. Dovevo stare da una parte, poiché, come diceva lei: “devi imparare da che parte stare”. Ma io non ho mai voluto imparare in quale parte della società quel tipo di mentalità volesse relegarmi, tant’è che in quarta elementare il tema era “Da grande vorrei…” ed io scrissi: “da grande vorrei andare alle paralimpiadi”.

Era il ’96, l’anno delle Olimpiadi di Atlanta e, come tutti i bambini, ero rimasta affascinata dalla televisione, dalle immagini che arrivavano. La maestra lesse questo tema davanti a tutti, dopo di che chiamò i miei genitori, dicendo loro che avevo assolutamente bisogno di uno psicologo, perché non avevo capito bene cosa avessi: secondo lei avevo cioè dei problemi a relazionarmi con la mia disabilità. Ovviamente, siamo un po’ scoppiati tutti a ridere, ma devo dire che avevo una famiglia molto particolare, venti anni fa’. Oggi ovviamente non succederebbe mai una cosa del genere, almeno mi auguro.

Quando sono arrivata in prima media ho incontrato un professore di educazione fisica che mi disse: “io ti metterò il voto in educazione fisica, solamente se cercherai di fare quello che fanno gli altri. Non avrà importanza se tu riuscirai a farlo come lo fanno gli altri, sicuramente troverai un modo per raggiungere il tuo traguardo”. Non solo lo ha detto, ma lui mi ha dato la sua mano, che per me che non ho equilibrio, era lo strumento di cui avevo bisogno in quel momento per poter correre, per poter camminare – ancora non sapevo correre –  e piano piano ho imparato. Mi ha iscritto ai giochi sportivi studenteschi, esattamente come aveva fatto con i miei coetanei, solo che all’epoca non esisteva la gara per i disabili e quindi gareggiavo con i normodotati, arrivavo dopo, però arrivavo. E l’anno dopo siamo riusciti ad avere la gara separata per i disabili.

Abbiamo dovuto combattere per avere una gara per disabili all’interno di competizioni per normodotati. Siccome ero da sola ho vinto la fase provinciale, regionale e quindi aspettavo quella nazionale, come tutti i ragazzi.

Quando il mio professore è andato ad iscrivermi al Provveditorato si è sentito dire: “ ma non si sentirà diversa a correre con quelli normali?”. Sono passati 20 anni da quel giorno e penso che di strada ne abbiamo fatta.

Oggi i ragazzi disabili che partecipano ai giochi studenteschi sono molti più di uno, ma vi assicuro che io ho corso da sola per molti anni, perché credo che quando c’è un muro, una barriera, è penso che sia giusto fare una cosa, non è importante se la fai da sola o in gruppo. L’importante è dare l’esempio: certo era difficile poi tornare in classe e a chi ti chiedeva: “quanto sei arrivata?” rispondere “ho vinto”. La risposta era “grazie eri da sola”, quante volte me lo sono sentita dire. Del resto, da adolescenti si è anche un po’ cattivi.

Sapevo che era importante quello che stavamo facendo. Vedevo che si stava rompendo quel muro di diffidenza e soprattutto cominciavano ad arrivare altre ragazze/i con disabilità.

A scuola ovviamente non è stato facile. La reazione più comune dei professori era: “perché proprio tu devi fare sport, quando sei anche bravina a scuola, quindi devi togliere ore, proprio te che sei disabile…ce ne stanno tanti”.

Però lo sport mi ha insegnato molto, soprattutto nel rapporto con me stessa. Poiché essere una donna  con disabilità in questo tipo di società mediatica, secondo me è diverso che essere un uomo con disabilità. Ti viene infatti proposto un modello di donna e di femminilità che spinge sempre al massimo, all’iperefficienza, alla forma fisica che deve essere più vicina possibile alla normalità, al punto tale da intervenire con photoshop. Ma una persona con disabilità non può usare photoshop, la disabilità si vede comunque, non è un neo, né il brufolo di un momento.

A me lo sport ha insegnato che, se dovevo abbassare il mio tempo, dovevo scendere in pista a qualunque costo, anche se il costo per me era quello di farmi vedere da uno stadio pieno di persone non abituate a vedere persone con disabilità, tanto meno a vedere persone con disabilità in top e pantaloncini. Mi è costato? No, perché in realtà l’obiettivo era abbassare il mio tempo, l’obiettivo primario era svolgere il mio compito da atleta. Mi allenavo e volevo il mio risultato, non pensavo a tutto il resto.

Credo da questo punto di vista che lo sport sia un veicolo straordinario: lo vediamo ogni quattro anni con le Olimpiadi, ogni due anni con le paralimpiadi, quando ci sono in alternanza paralimpiadi estive ed invernali.

Credo che la società possa fare di più, ad esempio, mi piacerebbe che nei quiz televisivi ci fossero persone con disabilità, che venissero non ostentate, ma che fosse mostrata la nostra normalità.

Ho lavorato molto affinché le persone con disabilità potessero avere un livello di istruzione sempre più alto, più qualificato, per avere cioè, un’inclusione scolastica maggiore. Siamo il primo paese e uno dei pochi paesi al mondo a non avere le classi speciali: le abbiamo infatti abolite dal 1977.

Credo che quella sia stata una delle grandi conquiste della società, che dobbiamo rivendicare e cercare di far sì che l’inclusione sia veramente un valore. La scuola, infatti, è la prima società in cui un bambino con disabilità entra.

Un bambino con disabilità ha una giornata scandita in modo regolare: si sveglia alla mattina, deve pensare alla scuola, alla riabilitazione, alla famiglia e rischia spesso di vivere in una “bolla” di adulti. È per questo che la scuola non può che svolgere il suo ruolo di prima piccola società protetta in cui un bambino con disabilità entra.

E la possibilità di imparare anche in palestra e quindi in un modo diverso rispetto alla lezione frontale, è assolutamente determinante per tutti, ma soprattutto per gli alunni cosiddetti normodotati, poiché riescono ad imparare, in modo evidente, che la disabilità è solo un modo diverso di raggiungere lo stesso traguardo. Non importa se il traguardo è raggiunto vedendo o non vedendo, correndo bene o con qualche con difficoltà, l’importante è raggiungere il traguardo. Lo sport paralimpico lo insegna benissimo: il problema è che la società che ci circonda ha delle difficoltà a recepire questi messaggi.

A un certo punto ho voluto mandare un messaggio alle ragazze e alle bambine che non si riconoscono nel loro corpo ed hanno difficoltà. Viviamo in una società in cui il tasso di anoressia e bulimia è spaventoso e osserviamo fenomeni di anoressia e bulimia in ragazze  classificate socialmente come normodotate.

Ho voluto postare su facebook la mia foto in bikini, lanciando un messaggio alle ragazze che non si accettano, perché hanno una disabilità o rifiutano il proprio fisico. In realtà questo mi è costato perché mi sono dovuta mettere in mostra, però è stato un gesto istintivo, abbastanza naturale, che deriva dalla mia esperienza nello sport.

Ovviamente non mi aspettavo che la foto poi facesse il giro del mondo e mi scrivessero persone da tutto il mondo. Su Repubblica uscì un’analisi sociologica di quella foto: sosteneva che era la prima volta che una donna con disabilità usasse il suo corpo per un messaggio politico in senso ampio – non partitico – , esattamente come le donne hanno fatto dal ’68 in poi. E con questo non voglio dire che non esistano sul web foto di donne con disabilità in bikini o in altre forme, ma era la prima volta che veniva usata esattamente come le donne normodotate avevano fatto dieci anni prima.

Se qualcuno oggi mi chiede se sono femminista, rispondo no, in quanto culturalmente e dal punto di vista anagrafico non posso appartenere a quel movimento, ma sicuramente ne ho ereditato i principi e le battaglie. Tali battaglie ora devono proseguire, non sono più quelle di 50 anni fa’, ma sono le nuove battaglie.

Io lascio in eredità nel prossimo Parlamento la conquista di un Fondo maternità, da difendere fortemente, che per la prima volta permette alle atlete di avere la tutela della maternità. Fino al 2018, infatti, le atlete o recidevano il contratto o abortivano. Grazie alla mia battaglia, durata più di un anno, dalla scorsa legge di bilancio, siamo riusciti questo anno per la prima volta ad avere un fondo di tutela della maternità per le atlete, ma, essendo un fondo, dovremo tenere gli occhi aperti.

E poi lascio in eredità una proposta di legge, la modifica della legge n.91 del 1981 sul professionismo sportivo. È un testo scritto e riscritto. Non sono certo la prima ad avere proposto la parità di genere nel professionismo femminile, ma lascio in eredità gli atti parlamentari di chi per la prima volta è riuscito a farli incardinare: che significa un testo ed un lavoro e ne passo il testimone al prossimo Parlamento.

Credo che sia una legge di civiltà che possa far sì, finalmente, che nella libertà delle singole federazioni, come recita la legge, di decidere se essere o meno professioniste, qualora una federazione decidesse di essere professionista, lo deve fare nel rispetto della parità di genere. Ciò è semplice e ovvio, eppure oggi non è così, cioè le donne, a differenza degli uomini, non hanno le tutele derivanti da un contratto di lavoro: contributi previdenziali, garanzie in caso di infortunio lungo, non hanno ciò per cui le nostre nonne hanno lottato.

Credo che sia una delle battaglie che deve proseguire e sono sicura che se riusciremo a farle insieme, come ho fatto per questi anni, arriveremo alla fine e a vincere anche questa sfida.

LA LEGA SI PREPARA AL GOVERNO COI 5 STELLE PARTENDO DA TAGLIO RISORSE?

DISABILI, COCCIA: LEGA SI PREPARA AL GOVERNO COI 5 STELLE PARTENDO DA TAGLIO RISORSE? (9Colonne) Da diversi anni, nelle città che amministrano, i Cinquestelle ci hanno abituato al loro Anti-welfare. Da Roma a Bagheria abbiamo assistito a tagli lineari e confusione per l’assegnazione delle poche risorse esistenti. Ora che si profila un governo Di Maio- Salvini, la Lega comincia ad allinearsi e comincia ad agitare lo spauracchio dei falsi invalidi solo per giustificare un’eventuale ondata di tagli. Per provare ad attuare le loro insostenibili promesse elettorali in campo economico, si prova a racimolare risorse ovunque, specie dove sembra più semplice. Le parole di Alberto Brambilla spero non vogliano seminare zizzania tra chi vive già in mille difficoltà. Non possiamo permetterci di tornare indietro, dobbiamo anzi lottare perché le risorse per assicurare autonomia e dignità ai disabili e alle loro famiglie, siano incrementate. Passando anche per un superamento dello stigma sociale che circonda, a volte, proprio queste risorse.

REGOLAMENTO SPORTIVO MIOPE, TROVARE SOLUZIONE

“REGOLAMENTO SPORTIVO MIOPE, TROVARE SOLUZIONE” (OMNIROMA) Roma, 12 FEB – Confusione e rischio paralisi per molte strutture, ecco il nuovo regolamento degli impianti sportivi comunali di Roma. In queste ore l’attenzione si rivolge all’ippodromo di Capannelle, ma il caos e le lacune generate dal Regolamento che si vuole approvare in gran fretta e furia, lascia in una situazione di stallo molti impianti. Non bastava la crisi del settore a mettere a rischio animali e posti di lavoro, ci si è messa anche la cieca burocrazia: in questa città dobbiamo tornare a rispettare le regole senza travolgere esperienze storiche e di valore, nonché i lavoratori e le loro famiglie. La sindaca di Roma si assuma la responsabilità di coniugare rispetto delle regole con salvaguardia dell’occupazione e, in questo caso, degli animali. E ciò che vale per Capannelle valga per tutte le situazioni legate al mondo dello sport e della cultura che dietro questa Amministrazione vuole smantellare facendosi scudo di interpretazioni letterali e ristrette delle norme.

Dalla legge di Bilancio un importante segnale: più educazione motoria a scuola

Una buona notizia per le discipline motorie nelle scuole primarie: grazie al lavoro del Partito Democratico si rafforza il percorso iniziato con la legge 107 (la Buona Scuola) per l’introduzione dei laureati in scienze motorie nella scuola primaria. Il 5% dei posti destinati al potenziamento dell’offerta formativa previsto dalla buona scuola, infatti, dovrà essere destinato alla promozione dell’educazione motoria nella scuola primaria.
Questo dimostra l’attenzione continua e costante per valorizzare non solo le competenze di insegnanti formati in modo specifico, ma anche la volontà di garantire ai nostri studenti un’ampia offerta di esperienze motorie differenziate, già dalla scuola primaria. 
Quello di oggi è un’importante tappa di un percorso che ha caratterizzato il mio impegno parlamentare. Fin dalla proposta di legge e campagna #crescoattivo, sottoscritta da migliaia di cittadini e moltissimi atleti italiani, perché l’attività motoria, ho lavorato perché l’educazione motoria, fosse considerata come elemento fondamentale per la crescita e la formazione psico-fisica dei ragazzi fin dalle scuole elementari.
Quello di oggi è un importante riconoscimento.

MUNICIPIO III – SFRATTATA LA CONSULTA DISABILI. E QUESTO NON È ANTI-WELFARE A 5 STELLE?

Lo sfratto della Consulta per i Disabili nel Municipio III, che ha già molte grane, arriva dopo una serie di idee confuse, bandi non realizzati o recuperati all’ultimo momento, affidamenti opachi e riduzione di fondi per l’assistenza. Veri e propri colpi diretti a tutte quelle realtà che a Roma si occupano di sociale, sia in maniera consultiva, sia con attività di supporto alle persone o alle famiglie.

Un patrimonio che la nostra città ha sempre vantato e difeso e che oggi ogni giorno subisce attacchi a causa di una evidente impreparazione e mancanza di guida politica.

Se così non fosse, dovremmo pensare che dietro ci sia un disegno per far pagare alle fasce più deboli della popolazione romana tagli indiscriminati e un tentativo di risparmiare, sbandierato più che effettivo, attuato senza criterio?

Come ho spesso denunciato, esiste un #antiwelfara5stelle contro cui non possiamo più rimanere immobili.

Love Giver, un percorso da approfondire verso un’ inclusione piena e responsabile

Il tema dell’assistenza psicologica e sessuale delle persone con disabilità motorie sta prendendo sempre più piede, segno di una importante attenzione verso l’acquisizione di una cittadinanza piena e sostanziale e non solo formale.

Un’occasione importante, dunque, il convegno organizzato a Roma per il progetto dei cosiddetti “love giver”.

In questa occasione ho voluto ricordare come prima ancora di una legge, è evidente che un tema così delicato debba essere approfondito  al centro di un dibattito pubblico ampio è articolato, almeno per tre motivi: il primo è che la stragrande maggioranza delle persone normodotate e che non hanno esperienza diretta e vicina di persone con disabilità, le considerano spesso asessuate o prive di pulsioni. Il primo stereotipo da superare è questo.

Il secondo motivo è che un dibattito articolato permetterebbe di evidenziare i diversi aspetti, non solo “fisici” della sessualità delle persone disabili, analizzando tutti i differenti aspetti che coinvolgono l’intimità personale della vita di ciascuno.

Infine, occorre tenere in considerazione i differenti tipi di disabilità.

Contemporaneamente al riconoscimento di un’esigenza fisiologica, maschile e femminile, quindi, si deve tener conto di molti altri aspetti, partendo dal fatto che le persone con disabilità devono avere una propria vita di relazione interpersonale.

Ad esempio, parallelamente occorre mettere in campo il massimo impegno perché venga favorita l’accessibilità dei luoghi frequentati quotidianamente: dalla scuola all’università, dei locali pubblici come i bar o le discoteche, ma anche tutti i mezzi di trasporto in generale, luoghi da dove passa la socializzazione.

Dunque, la sessualità rientra in una più ampia vita di relazione, va considerata una questione di diritti di cittadinanza e ha a che fare con il decidere, il più possibile autonomamente, tutti gli aspetti della propria vita.

Il punto di vista non è univoco, ma deve partire da quei progetti di vita indipendente coerenti con il percorso e con la volontà del singolo (l’affettività rientra a pieno titolo in questa sfera).

Inoltre, la disabilità, al singolare, non esiste. Esistono tante forme di disabilità che si intersecano in contesti familiari totalmente differenti l’uno dall’altro, quindi, le risposte non possono essere standard. Questa discussione non può prescindere da questo punto.

Bisogna, quindi, riuscire ad individuare le risposte migliori, evitando di confinarci in soluzioni semplicistiche che escludono una persona con disabilità invece di includerla.

Per questo la riflessione sulla figura del love giver è molto delicata e ha delle implicazioni sotto diversi punti di vista.

Innanzitutto occorre considerare il cosiddetto fenomeno dei “devotee”, le persone attratte da disabili, che potrebbero avere un approccio e delle intenzioni ambigue.

Inoltre c’è un tema di età: ovviamente questi lavoratori dovrebbero essere maggiorenni, mentre non si può negare che le pulsioni sessuali di chiunque, quindi anche delle persone con diversa abilità, inizino molto prima del compimento del 18°anno. Bisogna, quindi essere molto chiari: anche coloro che usufruiscono di questo tipo di assistenza dovranno essere maggiorenni, per non lasciare spazio a possibili interpretazioni che possano dare adito a pericolosi precedenti.

È, inoltre, necessario prevedere un percorso di supporto psicologico e di educazione all’affettività e alla sessualità dei possibili utenti, al fine di scoprire il proprio corpo, le proprie reazioni, ma questa è una questione che non riguarda solo le persone con disabilità, ma dovrebbe interessare tutte e tutti.

Come ho detto serve un dibattito approfondito e ampio, condotto insieme a tutte le associazioni e alle famiglie, cercando di superare imbarazzi e luoghi comuni, tenendo presente il benessere della persona, ma anche i possibili pericoli.

Ad esempio, occorrerebbe rendersi conto che la violenza sessuale sui disabili è molto più diffusa di quanto si pensi. Da alcuni dati del 2016 le donne disabili che hanno subito una molestia o una violenza è del 70%, ma se ne parla molto meno, quasi per niente, a causa dei tabù e soprattutto della difficoltà di riconoscerle e di denunciarle. In questo caso si dovrebbe immaginare una formazione “blindata” per i love giver, che dovranno operare al di sopra di ogni sospetto e nel pieno rispetto del fruitore, che in caso di “eccesso” non avrebbe la possibilità di difendersi. Dovremo immaginare sistemi di sostegno e accompagnamento anche per gli stessi disabili e le famiglie, così che il percorso possa essere più sereno e naturale possibile. Andrei quindi cauta con fughe in avanti o sperimentazioni, mosse dalla buona fede e dalla necessità di affrontare il tema concretamente, ma che potrebbero non assicurare la massima sicurezza.

Chiuderei con una riflessione che parte dal linguaggio. Chi si dovrebbe occupare di questi aspetti viene definito “love giver” e non “sex giver”. Voglio credere che questa non sia solo una forma di pudore linguistico, bensì la consapevolezza della complessità che l’affettività, la sessualità e le relazioni affettive costituiscono per ognuno di noi.

IL MOVIMENTO CHE NON CONOSCE IL SENSO DELLE ISTITUZIONI

 (ANSA) – ROMA, 14 NOV – “Parole dette a vanvera, insulti gratuiti, minacce se non vere e proprie prevaricazioni e uso distorto e fraudolento dei regolamenti. A questo ci hanno abituato, ormai, l’Amministrazione Raggi e i Presidenti e Consiglieri municipali di Roma. A farne le spese, oggi, i consiglieri PD del Municipio XI, che il Consigliere pentastellato Talamoni voleva far uscire dall’aula con il “cosiddetto Metodo Spada”. Un accostamento che fa rabbrividire, soprattutto se invocato da un rappresentante delle Istituzioni e di un Movimento che negli ultimi giorni ha invocato manifestazioni e mobilitazioni contro la mafia. Cosa ne pensa la Sindaca Raggi o il neo capo politico e candidato Premier Di Maio delle esternazioni del loro consigliere? Esprimo la massima solidarietà ai consiglieri PD che ogni giorno devono confrontarsi con quelli del Movimento di Grillo che oltre ad essere impreparati, utilizzano espressioni che sottolineano il disprezzo per le Istituzioni di cui essi stressi fanno parte.

Medaglia d’Oro al Merito Civile alla memoria di Don Gioacchino Rey

Come cittadina del Quadraro, come storica e come Parlamentare della Repubblica nata dopo la terribile Seconda Guerra Mondiale è con grande onore e commozione che ho partecipato questa mattina al conferimento della Medaglia d’Oro al Merito Civile alla Memoria di don Gioacchino Rey da parte del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Il rastrellamento del Quadraro, l’operazione voluta da Kappler per epurare quel “nido di vespe”, è ancora viva nella memoria della zona e deve rimanere come monito per apprezzare sempre di più la libertà e la democrazia che sono state conquistate dopo quei terribili anni.

E della storia del rastrellamento don Gioacchino Rey è stato coraggioso e valoro protagonista.

Nel 1944, don Gioacchino faceva la spola tra il Quadraro e gli studi di Cinecittà dove erano tenuti i deportati, cercando di portare conforto e notizie agli arrestati e alle loro famiglie e si adoperò per proteggere, come poteva, le vittime di quel rastrellamento. Grazie alla sua idea di schedare i deportati, ad esempio, dopo la guerra le famiglie hanno potuto veder riconosciuta la pensione secondo i termini previsti dalla legge.

Il lavoro per custodire e rendere viva e attuale la memoria degli eroi quotidiani, che nel piccolo del loro operato hanno contribuito all’affermazione della libertà è un lavoro vitale e fondamentale in una democrazia.

Ringrazio il Presidente Sergio Mattarella per questo importante riconoscimento e il professor Pierluigi Amen della Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia che con tenacia ha contribuito a ricostruire la memoria.

Democrazia, indipendenza, libertà non sono doni, ma conquiste di chi ci ha preceduto e che abbiamo il dovere di consegnare a chi verrà dopo di noi.

 

Il #M5Stelle provi sulla sua pelle cosa significa essere disabili a Roma

Ieri è stata approvata alla Camera la Legge sulla Disciplina per l’abbattimento delle barriere architettoniche, un importante passo per il riordino e l’aggiornamento della materia. Proprio durante la discussione ho voluto presentare un Ordine del Giorno, approvato, che impegna il Governo al reperimento già dalla prossima legge di Bilancio di risorse finalizzate a sostenere la ricerca e lo sviluppo della tecnologia dell’abbattimento per le barriere architettoniche e garantire alle persone con disabilità una migliore qualità della vita.

Proprio qualche giorno fa, in occasione del Premio “Cuore Digitale” ho ribadito come la tecnologia possa davvero essere determinante e che occorre riuscire a fornire a ciascuno gli strumenti adatti alla propria abilità. Non esistono disabilità, ma abilità diverse nel fare le cose, per questo una tecnologia diffusa, specifica e alla portata di tutti può essere un fattore importante per il miglioramento della qualità della vita.

Una giornata importante per le persone diversamente abili.

Se non fosse stato per il solito siparietto propagandistico e fuori dalla realtà di alcuno colleghi del Movimento 5 Stelle.

In una discussione di cui probabilmente non coglievano l’importanza, non hanno perso occasione per fare un po’ di campagna elettorale, elencando falsi meriti della Sindaca Raggi e dell’attuale amministrazione capitolina proprio in termini di abbattimento di barriere architettoniche.

Non ho potuto fare a meno di chiedere loro di non mistificare la realtà. Non si può magnificare l’operato della sindaca di Roma, significa non conoscere la situazione. E allora ho proposto che mi accompagnassero una mattina a fare un giro in città, o anche semplicemente da casa mia fino alla Camera dei Deputati. Perché se non si vive sulla propria pelle la disabilità, non si capisce che le barriere architettoniche, anche un solo gradino, ci impediscono di essere liberi, di fare ciò che vogliamo.

Spero che la campagna elettorale che verrà ci risparmi l’uso spregiudicato di certe argomentazioni e di certe bugie. Primo perché gli elettori sono consapevoli di quello che vedono e vivono loro e chi gli sta vicino. E poi, soprattutto, perché le persone diversamente abili sono stanche di essere utilizzate come pretesto per proclami demagogici che non rispecchiano la realtà.

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2FLCoccia%2Fvideos%2F1454151304698193%2F&show_text=0&width=560

Con scuola e sport uniti formazione completa

(ANSA) – ROMA, 22 SET – “Il Protocollo d’intesa firmato oggi dalla Ministra Fedeli e dal Ministro Lotti pone ancor di piu’ l’accento sull’importanza dello sport nella formazione dei ragazzi. E’ importante che la scuola articoli un’offerta sempre piu’ ampia per lo sport per la sua valenza come attività fisica e come elemento di crescita grazie ai suoi valori portanti di impegno, lealtà, rispetto delle regole e inclusione. L’attenzione posta sui laureati in scienze motorie, inoltre, sottolinea la necessita’ di intraprendere un cammino, ancora lungo, ma necessario, per il riconoscimento di queste professionalità”.